Camminano dritte,
col petto gonfio d’aria compressa
e gli occhi lucidi di silicone.
Ridono a comando,
si applaudono da sole,
mentre affogano nel vuoto
che chiamano “vita”.
Vivono vite che non gli appartengono,
copioni scritti da pubblicità e algoritmi.
Devono apparire,
devono provocare,
devono ostentare.
La felicità è un filtro,
la verità li fa vomitare.
Hanno quel sorriso sottile,
che sembra gentile
ma odora di veleno.
“Come stai?” ti chiedono,
sperando tu dica “male”,
così si sentono meglio
nelle loro gabbie lucide.
«Sto bene» rispondo.
«Ma ho bisogno di fermarmi un po’,
sto pensando a troppe cose in questo periodo.»
Silenzio.
Si bloccano.
Scatta qualcosa nei loro occhi lucidi,
si incrinano.
Le loro anime di plastica
si contorcono
come bottiglie vuote abbandonate al sole.
Più mostri luce,
più si accartocciano,
come vampiri abbagliati
da una verità che non possono sopportare.
Io non mi piego.
Non sarò l’ennesimo manichino
con l’anima svuotata e il cuore sigillato sottovuoto.
Preferisco spezzarmi,
bruciare,
sporcare le mani
piuttosto che brillare di falsità.
Tenetevi i vostri sorrisi stampati.
Le vostre verità prefabbricate.
Io sono carne.
Sono fuoco.
E non sarò mai
plastica.

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