Corro.
Mi muovo senza respiro
tra l’ansia di una bolletta
e il ritardo che mi rincorre verso il lavoro.
Arrivo, timbro.
Non ho un attimo per pensare,
per raccogliere le preoccupazioni sparse
come un giocoliere che prende le palline al volo.
Pausa pranzo.
Mastico in fretta,
vedo le solite facce,
faccio il solito giro,
un Truman Show senza telecamere
ma con la stessa, identica gabbia.
Sulla scala mobile del centro commerciale
finalmente scendo.
Passiva, apatica,
come se quei trenta secondi
fossero l’unico respiro della giornata.
Arrivo, ritimbro.
Si ricomincia.
La mia mente in affitto a qualcun'altro
per altre quattro ore.
Poi la sera.
La spesa, la palestra se resta forza,
la cena, il letto.
E prima di addormentarmi
le preoccupazioni tornano a farmi visita.
Ma se invece,
invece di lasciare che i pensieri mi stringano
pensassi alle stagioni che corrono,
ognuna più generosa dell’altra?
Se immaginassi un tempo mio,
un respiro che nasce
non su una scala mobile
ma nel momento
in cui decido
di vivere?
E se fossi io a decidere
il ritmo del mio respiro?
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